Covid-19 | La sfida culturale

L'avvento del nuovo Coronavirus non ha soltanto sconvolto le nostre vite:

ha anche imposto una sfida radicale a chi si occupa di formazione ed educazione.

Condividiamo qui alcuni spunti di riflessione proposti dal nostro Direttore, Marco Meschini.

Ottobre 2020 | ScHool vision

L'intervento di Marco Meschini al Visionary Day 2020 (Lugano).

agosto 2020 | Basta lockdown:
solo la “presenza” può impedire ai cervelli di spegnersi
La scuola, per molti versi, è teatro; anche se è molto più simile alla vita.
Il lockdown (e la didattica a distanza) è il suo più grande nemico

La scuola è teatro.

Persone varie si riuniscono in un luogo, uno solo conosce il copione.

Quest’uno calca il palcoscenico – predella –, si orienta attorno alla cattedra, la sedia – scenario –, armeggia con gli strumenti del mestiere – attrezzi.

La quinta – lavagna – introduce a tempo opportuno segni, forme, colori.

Le luci, lasciamole perdere.

Il macchinista interviene quando il pc non va.

Talvolta, qualcuno applaude.

Voglio dire che ogni ora di lezione, persino la più stanca, non si sottrae alla magia del teatro: qualcosa che va in scena solo a quell’ora, e solo per quelli che sono presenti.

Lo capisce immediatamente lo studente ammalato, e cioè assente: ciò che sente è proprio l’assenza, il suo essere altrove, quel perdere irredimibile l’irripetibile. «Mi passi gli appunti?».

Ebbene, anche questo ci ha sottratto il Covid-19: l’esser presenti a noi stessi. Ammalati di una malattia contagiosa – la paura dell’altro, la paura per l’altro –, ci siamo rintanati nei nostri loculi in remoto, attivando monitor luminescenti come per una no-pay-per-view. Ma lo spettacolo era desolante: i macchinisti non sapevano che fare, gli attrezzi quasi del tutto inutili, le quinte da reinventare… E gli attori? Stanati nel loro non essere attori, primi mobili – in troppi casi immobili – di quell’unicum di cui sentivano per la seconda volta in vita loro tutta la formidabile pretesa. Perché sì, anche questo ha portato il Covid: costringere il docente ad un pubblico altro, a una nuova forma di espressione di sé – oltre che della materia, il dipanarsi degli argomenti –, sgomenti di fronte al fatto che dovevi cavartela da solo.

Solitudine di noi adulti, solitudine di loro bambini, adolescenti, promesse d’uomo e di donna.

Dunque anche questo ci ha insegnato il Covid: necessità della presenza, del presenziare a noi stessi, perché quando il gioco della telecamera spenta diventa lungo, troppo lungo, a spegnersi è il cervello, il corpo, il cuore. «Mamma, papà, voglio tornare a scuola»: è questa la supplica più potente che abbiamo udito in questi mesi, nei pianti disperati dei fanciulli e nell’acuirsi dell’angoscia dei più grandi, quando a tutti era ormai chiaro che la voragine nera del lockdown non è altro se non ciò che significa nella lingua materna: confinamento, carcere, malagrazia, che è persino peggio della scuola-caserma.

È l’università a svelare la teatralità della schola. Quante lezioni abbiamo saltato, ammalati dalla noia di quel professore, mentre a scuola – la scuola caserma, la scuola dovere – sei obbligato anche alla noia. È all’università che capiamo che quell’ora è un tutto indisperdibile, se l’attore conosce il mestiere.

Perché mai abbiamo saltato coscienti un’ora che valeva la pena.

La scuola è teatro perché accade qui e ora, nello spazio e nel tempo definiti dagli orari e dalle griglie, dai banchi e dai programmi, e il suo maggior difetto è confondere la libertà della presenza con la costrizione dell’assenza, e viceversa.

La scuola è teatro perché obbliga l’attore a conoscere il mestiere: che è certo parola – scritta, parlata – ma anche e soprattutto gesto, movimento, enfasi, momento, percorso. In una parola, rappresentazione veritiera della vita. Ho amato – d’un amore sconfinato chiamato stima – quel nostro professore di italiano che, all’alba tarda della III liceo classico, entrò in classe tirandosi la barbetta e bofonchiando «Bene, bene…», quando tutto c’era, tra noi, tranne che del bene verso quelle ore d’una materia che, per quattro maledetti anni di deserto, era stata una condanna in presenza. Erano riusciti a farci sdegnare Dante; il prof. Ferrari lo rimise al centro del nostro mondo, del mio mondo, per come prendeva il libro, per come lo apriva, per come ne beveva l’umido nettare e, impaziente ai pazienti, lo riversava nei nostri tremuli incavi tra le labbra.

Lo si capisce bene quando il docente non è un buon attore, o addirittura non è attore del tutto: quando riduce le persone presenti a surrogati fissi e silenti dei loro cervelli. Perché si resiste a teatro per una-due-tre ore solo allorquando l’attore conosce davvero il mestiere: conosce cioè il fatto ineluttabile che la conoscenza vera non è uno scambio di codici tra macchine ipostatizzate, bensì comunione di vita. È l’attivarsi di tutti i sensi che rende unica la lezione, proprio come la performance teatrale di cui l’“opera” è l’apoteosi. È quando la bocca, le orecchie, il naso, le mani, gli occhi, il corpo tutto si ritrova coinvolto in quel mistero umano, troppo umano per affidarlo a internet, che è la conoscenza. Perché non esiste contenuto che non sia prima passato attraverso i sensi: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensibus, dicevano i nostri medievali. Perché non esiste conoscenza senza passione, come sapeva bene Platone: la (vera) retorica «è l’arte di affascinare le anime», e il suo problema principale è «conoscere bene le emozioni e le passioni, che sono, per così dire, le corde dell’anima, e che richiedono una grande abilità per essere suonate» (in Plutarco, Vita di Pericle, 15).

Oggi la chiamiamo “conoscenza emotiva”.

Insomma, la scuola è teatro perché nell’unicum di un solo “qui” e di un solo “ora” accade qualcosa: una rappresentazione – cioè conoscenza esperienziale – di un brano di verità.

Ora, il fatto che tutti passino dallo stesso sipario – la porta dell’aula – insegna anche un’altra cosa: che la scuola non è teatro. Non lo è nel senso che tutto accada per bocca di uno. Le personae – altra figura del teatro – sono più d’uno: sono tutti i presenti. Presenti e attivi, perché si può spegnere la telecamera degli occhi in qualunque momento.

Voglio dire che il difetto della metafora teatrale applicata all’ora di lezione consiste nel ridurre la maggioranza dei presenti a pubblico ricevente. Come se così fosse sufficiente, ma così non è. La metafora teatrale val bene per una conferenza in pubblico o una predica a messa, e non c’è dubbio che nelle nostre aule vi sia ampia parte di tutto ciò. Ma l’ora di lezione è molto, molto più simile alla vita, perché è piena di colpi di scena, è fervida di imprevisti. Il problema principale del copione è il suo disimpaginarsi, il suo rimodularsi di continuo rispetto alle richieste degli astanti, diciamo pure alle loro pretese. Perché non ha senso parlare di “parlamento bicamerale” se i presenti non sanno nemmeno cosa sia un “parlamento” o una “camera”. E perché, soprattutto, da quelle “persone” presenti si levano mani, si alzano voci, a volte in corrente, a volte contro. La lezione, insomma, è un dialogo.

Ed è questa dimensione dialogica che il Covid ha bruciato del tutto: perché sì, in rari e fortunati casi si può anche fare un’eccellente lezione a distanza – se il macchinista sa come si accende e spegne il marchingegno, se la connessione è buona, se la videocamera del cuore è accesa… – ma nessuno dei meravigliosi apparati di “informazione” che abbiamo tra le mani ha davvero ancora raggiunto il livello minimo di guardia per cui possiamo chiamarlo di “comunicazione”. Troppa medialità uccide l’impalpabile profondità della vita che brulica in una classe, anche quella annoiata, che attende solamente l’irrompere di un imprevisto.

È così che, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ci rendiamo conto ancora una volta

che la lezione non è un insieme di contenuti, ma un insieme di esperienze.

Che è solo il corpo a sostenere la mente, e che il contrario è l’effetto di una malattia.

Così, di fronte alla distesa sempre uguale e sempre diversa del mare, chiedo umilmente, per noi tutti attori viventi,

un nuovo unlockdawn.

Fonte: Il Sussidiario

Aprile 2020 | Napoleone è morto, cHi lo sostituisce?
Il Coronavirus ha sbaragliato il modello di scuola tradizionale.
Sta accadendo qualcosa di imprevisto e non riusciamo a gestirlo

Caro direttore,


la tragedia del Coronavirus ha sconvolto la nostra quotidianità come solo la letteratura e il cinema avevano prefigurato. Parola (letteratura) e immagine (cinema) sono da sempre al centro dell’attività di chi, come me, insegna – e cioè apprende. So cosa significa essere docente universitario. Sono docente di liceo da 9 anni, direttore da 2.

Sono uno storico e sono un padre. E la domanda che raccorda queste facce del mio essere è una sola:

cosa ci sta succedendo?

Anzitutto, noi docenti siamo di fronte alla frammentazione radicale dello schema di base

che sottende al nostro lavoro. 

A seguito della Rivoluzione francese e del periodo napoleonico, la formazione-educazione delle giovani generazioni è stata sottratta a una istituzione religiosa (la Chiesa) e assunta dallo Stato. In quel frangente – tragico anch’esso, anzi cesorio – lo Stato ha applicato l’unico schema di cui era in qualche modo padrone, ovvero l’esercito. 

L’esercito era, al principio del XIX secolo, l’unica istituzione organizzata capace di resistere agli sconquassi rivoluzionari, e non è un caso che il nuovo sovrano (l’imperatore) ne fosse un sommo rappresentante, e sommo per merito e per fortuna, assieme.

Napoleone strappò la tradizione formativa ed educativa sorta dal cattolicesimo europeo affidandola alle mani sovrane dello Stato. Necessitava di una nuova forma in cui arruolare un nuovo esercito, e la clonò dal suo mondo, il mondo militare.

Dunque le “classi” divennero – e sono ancora, nella nostra forma mentis – unità militari dove ciascuno ha un posto fisso (il banco, la cattedra) e la linea di comando è rigidamente verticistica: il programma, il preside, il docente, la lezione, gli esecutori – i nostri figli, come ragazzotti di paese arruolati a forza – leva di massa, alfabetizzazione di massa. Non discuterò qui se sia stato un bene o un male, o in quale misura rispettiva. Mi basta fissare il punto: le nostre scuole sono caserme ben diffuse sul territorio, in cui la trasmissione della “formazione” ha le sue regole e i suoi gerarchi. E, aggiungo, sostanzialmente funziona: io ne sono un prodotto, noi ne siamo dei prodotti.


Mi rendo conto che tra l’inizio del XIX secolo e il nostro inizio di XXI secolo molte cose sono cambiate, ma ritengo che la metafora di fondo nel nostro “fare scuola” risponda ancora sostanzialmente a quella impostazione d’emergenza.

In questo senso, aggiungo, il ruolo della famiglia era marginalizzato, se non annullato. È per questo che grandi film (L’attimo fuggente, Les choristes…) e celebri romanzi (Harry Potter tra gli ultimi) parlano al cuore di milioni di docenti e studenti mettendo in scena una sorta di “terra di mezzo”: un sistema scolastico in forma di comunità, dove docenti e discenti non solo lavorano insieme, ma soprattutto vivono insieme. È – sostanzialmente nella forma privata di istituzioni a loro modo elitarie – l’eco struggente e fascinante di un mondo perduto: le comunità monastiche che hanno salvato la cultura occidentale al crollo dell’Impero romano, le comunità universitarie (universitates docentium et discentium) del superbo XII-XIII secolo della nostra Europa. Così, anche i migliori tra i nostri colleghi rimpiangono il collegio-comunità (Pennac, Diario di scuola), e persino i più accaniti vetero-comunisti tra noi vagheggiano ancora un mondo della scuola dove viva una forma di “comunione”. Cristianesimo ateo.


Questi collegi, questi “spazio-tempo” posti fuori dal loro tempo erano – sono, quando esistono ancora – comunità, cioè famiglie, con ruoli non solo – non tanto – di ufficiali, subalterni e truppa, di guardie e ladri, ma di padri, madri, figli. Perché, sia detto in via brevitatis, ogni arruolato nel sistema scolastico napoleonico non era e non è altro che un forzato, un galeotto, che sente nel docente un aguzzino e nelle pause l’ora d’aria, nel tempo libero i campi aperti senza recinzioni dove correre a pieni polmoni.

E cosa ha salvato – cosa salva – il sistema dall’implosione a cui è costantemente esposto? Il sapere per alcuni (i docenti), l’intuire talvolta, per la maggior parte degli altri (gli studenti), che il tempo della formazione è uno e uno soltanto. Che se noi non conduciamo ogni nato di donna a compiere in 10-12 anni il lungo percorso che ha sottratto gli uomini alla Preistoria per consegnarli alla Storia – scrittura, lettura, parole, numeri, immagini… –, quel tempo non tornerà più. Perché la finestra temporale in cui educare una mano, un occhio, una mente, è breve. E perché sappiamo – sentiamo – che il sapere (e il saper fare) sono costitutivi del nostro essere.

[E sì, ma certo, vi sarà sempre una “formazione permanente”; ma, altrettanto certamente, questa avrà un senso solo se prima – prima, al tempo delle totipotenza delle nostre menti – si sarà seminato. Perché il tempo del raccolto non è il tempo della semina.]

Ora, cosa produce l’avvento del Covid-19 e la “chiusura” delle scuole? 

La grande paura che tocca tutti noi è anzitutto la perdita della certezza e della prospettiva: non ci sono più la sveglia del mattino e l’alzabandiera, non c’è più la voce che chiama a raccolta… – e per quanto tempo? Non lo sappiamo. Certo, ci auguriamo tutti che tutto torni “normale” al più presto, ma in realtà sappiamo che il tempo del raccolto è differito e che, con il trascorrere stesso del tempo, rischia ogni giorno di più di essere un raccolto misero.

E il tempo non si può recuperare.

Lo dico avendo bene in mente il volto “illuminato” di tanti studenti alla notizia: “scuole chiuse”.

Ma quanto dura questa luce di “libertà”? Ben poco, perché poi diventa un’ombra di dispersione, abbandono, mancanza di senso.

E, insieme, sentiamo e intuiamo che qualcosa di cesorio – di nuovo – sta accadendo.

Qualcosa di imprevisto. 

Dunque, cosa ci sta succedendo? Noi viviamo il tempo della frammentazione.

Le classi sono dissolte, ognuno è trincerato in camera sua e prova a resistere, la catena di comando è impacciata, a volte silente o, peggio, impreparata.

Certo, ci stiamo attrezzando. I più previdenti tra noi erano già avanti, e guidano oggi l’innovazione, la trasformazione forzata a cui siamo tutti sottoposti. Lo dico da un piccolo avamposto di privilegiati: i nostri studenti – svizzeri, di lingua madre italiana – vivono in un contesto ricco, dove l’accesso alle più moderne tecnologie è un fatto scontato, dove ci è stato possibile “migrare” in una modalità “digitale” con un’accelerazione improvvisa ma cosciente e praticabile. Sì, insomma, parlo da privilegiato, persino ora che sono, che siamo diventati estensioni dei nostri schermi e dei nostri calcolatori.

E stiamo, per quanto ci è possibile, condividendo, aiutando, suggerendo a tutta quella magnifica creatività docente che si è attivata nelle ultime settimane per colmare l’abisso, la separazione fisica e spirituale delle nostre classi, la frammentazione dei nostri reggimenti, in uno sforzo rivoluzionario che alcuni scherniscono – la “casta” dei professori, perennemente in vacanza – e cui molti, attoniti, assistono, pregando che finisca: perché ora li hanno in casa, i loro figli discenti. I nostri figli sediscenti.

Perché tutti noi, ora, abbiamo bisogno di una nuova metafora.

Fonte: Il Sussidiario

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